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La rimessa del sale

Il capanno e gli attrezzi in salina, foto @Paolo Monti

La rimessa del sale

Una volta, a Cervia parlare di rimessa, o meglio ancora "dl'armessa" era come dire trebbiatura in casa del contadino. Tutti gli abitanti del centro storico venivano coinvolti, direttamente o di riflesso, in quest'ultima fase della campagna saliera annuale, la più dura, la più snervante, ma anche la più allettante ed attesa perché costituiva il momento della verità con la conoscenza effettiva di quanto aveva reso, per ogni salinaro, la lunga fatica estiva. A rimessa terminata sarebbe finalmente iniziato il riposo invernale e sarebbe risultato più o meno tranquillo secondo il guadagno realizzato.

Per secoli e sino al 1959 (...) veniva assegnata ad ogni coppia di salinari una burchiella con il compito di trasferire tutto il sale dai monti, situati sulle 200-150 aie (le tombe) al chiuso dei capaci magazzini. (...) La burchiella era il mezzo di trasporto che consentiva di superare notevoli distanze e per la sua propulsione si usava il traino dalla riva, effettuato di norma da uno dei salinari o in casi di tratti di canale molto stretti da tutt'e due, utilizzando una lunga fune, la resta, che terminava con un largo anello impiombato, e' ciap, da infilare a tracolla.

(...) Prima di accostarsi ad ogni ponte in muratura - ce n'erano cinque o sei - il salinaro trainante doveva avvolgere la resta e lanciarla come un lazo dentro la burchiella; appena attraversato il ponte l'addetto al remo la restituiva alla riva per riprendere il traino. Sino a tutto l'anno 1927 sono rimaste in uso le burchielle in legno, rinforzate da un ferro trasversale atto ad impedire l'incurvamento dei fianchi. In seguito vennero adottate quelle di ferro - una ottantina - dalle forme assai più regolari ed uniformi tanto da consentire, con l'ausilio di apposite pagliolature in legno, di determinare il preciso volume del carico utile.

Attraccata la burchiella ai pali della tomba, i due salinari provvedevano a riempirla di sale avvalendosi, quando la distanza era troppa per farlo col paloncello, di un supporto di paviera robusta o di vimini (brel), lo stesso che si usava sui carrioli, detto sporta. In principio degli anni '20 fu sostituito dalla barella in legno a quattro manici.

(...) L'operazione dello scarico del sale era la più complicata perché contemporaneamente allo scarico occorreva misurarne la quantità e stivarlo razionalmente nel magazzino. Il primo sistema che ricordavano i vecchi e che continuò per secoli era una complicata organizzazione che richiamava sempre gruppi di curiosi affascinati dallo straordinario spettacolo. Venivano in visita anche personaggi illustri, come accadde per esempio nel 1782 con l'arrivo da Milano dell'Arciduca Ferdinando D'Asburgo accompagnato dalla moglie Maria Beatrice. Gli addetti al lavoro formavano una folla agitata che s'accalcava in uno spazio ristretto, ognuno col suo compito preciso e ripetitivo. C'erano le guardie di finanza ed i carabinieri per garantire l'ordine e l'osservanza delle leggi; la squadra dei bastasi (i facchini del sale), normalmente 48 persone che indossavano il caratteristico cappuccio ricavato da un sacco per proteggersi il capo e la schiena; la squadra "dla paja", costituita da anziani che operavano dentro il magazzino per stivare ordinatamente il sale versato in fretta dai bastasi. Infine, c'era una decina di persone facenti parte dell'ufficio che dirigeva e controllava il lavoro (...) e, naturalmente, i salinari che conducevano le 103 burchielle e le scaricavano.

(...) Le diverse fasi dell'operazione erano le seguenti:

La burchiella a cui spettava il turno veniva fatta attraccare di punta nella corsia libera davanti al magazzino.

Due bastasi consegnavano le corbelle e sistemavano la scaletta nel fondo della burchiella per salire sulla banchina e ridiscendere.

I due salinari riempivano le corbelle col paloncello, le rasavano con la stecca per toglierne il superfluo e le versavano nei sacchi tenuti aperti dai bastasi.

Il bastaso, col sacco contenente due corbelle di sale sulle spalle, saliva la scaletta, metteva il piede sul dritto di prua, montava sulla banchina, entrava nel magazzino e vuotava il sacco ricevendo in cambio un gettone da consegnare al salinaro produttore.

Appena finito di scaricare la burchiella si restituivano tutti i gettoni in cambio di una ricevuta, a madre e figlia, su cui era segnato il quantitativo del sale scaricato.

Se dallo scritto vi apparirà un po' troppo macchinosa questa operazione, pensatela un momento nel suo complesso, nella realtà brutale di una decina di burchielle in contemporanea fase di scarico, di dieci lunghe ore di lavoro al giorno, di centinaia di migliaia di quintali di sale ad ogni rimessa.

Così lavoravano i nostri vecchi fino a quando fu montato e fatto funzionare un modernissimo "macchinario".

(Da "Le Saline di Cervia", Gino Pilandri, 1989)

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